Sentenze di Cassazione

Sulle responsabilità della D.L

Secondo Cassazione  del 24 aprile 2008 n 10728, ha deliberato in merito alla responsabilità derivanti da vizi e difetti e difformità dell’opera appaltata, che ricadano sul direttore dei lavori. Infatti costui, pur prestando un’opera professionale in esecuzione di un’obbligazioni di mezzi, deve assicurare il risultato che il committente richiede.
D’altra parte il D.L, dovendo garantire la sorveglianza dell’opera, senza tuttavia dover assicurare una presenza continua e giornaliera sul cantiere in appalto, deve controllare la corretta realizzazione dell’opera in tutte le diverse fasi progettuali e la conformità di esecuzione dell’opera al capitolato; oltre a ciò il D.L. deve anche accertare il rispetto dei criteri di progettazione e la corrispondenza dei materiali impiegati per mezzo visite periodiche e contatti con gli organi tecnici dell’impresa. In caso di situazioni anomale e inconvenienti in corso d’opera, il professionista è tenuto a segnalarle all’appaltatore.

Sulla responsabilità dell’appaltatore 1

Confacendosi  ad una sentenza di Cassazione (n. 9370/2013), la Settima Sezione rammenta che il venditore costruttore può essere chiamato a rispondere se «fornito della competenza tecnica per dare direttamente, o tramite il proprio direttore dei lavori, indicazioni specifiche all’appaltatore esecutore dell’opera»; e che grava su di lui «l’onere di provare di non aver avuto alcun potere di direttiva o di controllo sull’impresa appaltatrice, così da superare la presunzione di addebitabilità dell’evento dannoso ad una propria condotta colposa, anche eventualmente omissiva».

Sulla responsabilità dell’appaltatore 2

Controparte addebita all’appaltatore anche la circostanza che le strutture verticali (pilastri) non fossero isolate , ciò significa rendere responsabile l’appaltatore anche di ciò che non era stata lui commissionato – infatti la giurisprudenza ha stabilito che qualora risultino difettose opere diverse (anche se complementari all’opera appaltata) che le parti però non hanno dedotto in contratto, oppure hanno volutamente escluso nonostante fossero utili o persino indispensabili al raggiungimento della finalità ultima ripromessasi dal committente , nulla può essere addebitato all’appaltatore ( cass. 10 marzo 1980 n. 1602 ,MFI,1980,313) .

Sull’obbligo dell’appaltatore di controllare il progetto 1

Sull’appaltatore che è obbligato a controllare la bontà del progetto predisposto o fatto predisporre dal committente, ma solo nel limite delle proprie cognizioni tecniche , cioè nei limiti in cui le carenza del progetto siano rilevabili con la normale diligenza ( cass. 6 maggio 1987n. 4204,MGC,1987,1187)

Sui controlli spettanti all’appaltatore 2

Per il resto, sempre la Cassazione (n. 6754/2003) ha chiarito che l’appaltatore «è tenuto non solo ad eseguire a regola d’arte il progetto, ma anche a controllare, con la diligenza richiesta dal caso concreto e nei limiti delle cognizioni tecniche da lui esigibili, la congruità e la completezza del progetto stesso e della direzione dei lavori, segnalando al committente, anche nel caso di ingerenza di costui, gli eventuali errori riscontrati, quando l’errore progettuale consiste nella mancata previsione di accorgimenti e componenti necessari per rendere il prodotto tecnicamente valido e idoneo a soddisfare le esigenze del committente».

Sui difetti per opere non dedotte in contratto

La giurisprudenza ha stabilito che qualora risultino difettose opere diverse (anche se complementari all’opera appaltata) che le parti però non hanno dedotto in contratto, oppure hanno volutamente escluso nonostante fossero utili o persino indispensabili al raggiungimento della finalità ultima ripromessasi dal committente, nulla può essere addebitato all’appaltatore ( cass. 10 marzo 1980 n. 1602 ,MFI,1980,313) .

Sui gravi difetti 1

La Cassazione, nella sentenza 29 aprile 2008 n. 10857, afferma che configurano gravi difetti dell’edificio a norma dell’art. 1669 c.c. le carenze costruttive dell’opera, concernenti anche una singola unità abitativa, che ne menomano in modo grave il normale godimento, a causa di realizzazione effettuata con materiali inidonei e/o non a regola d’arte ed anche se incidenti su elementi secondari ed accessori dell’opera (quali impermeabilizzazione, rivestimenti, infissi, pavimentazione, impianti, etc.), purché tali da compromettere la sua funzionalità e l’abitabilità ed eliminabili solo con lavori di manutenzione, ancorché ordinaria, e cioè mediante opere di riparazione, rinnovamento e sostituzione delle finiture.

Sulla responsabilità per gravi difetti 2

La sentenza 23 luglio 2008, n. 20293 In materia di appalto, stabilisce la responsabilità per gravi difetti dell’edificio prevista dall’articolo 1669 del codice civile e applicabile nei confronti del costruttore, in considerazione della sua natura extracontrattuale e delle ragioni in genere di pubblico interesse di cui è prevista, è invocabile nei confronti del venditore soltanto nell ipotesi in cui questi abbia provveduto alla costruzione dell immobile con propria gestione diretta, ovvero abbia progettato l opera e diretto i lavori, oppure abbia nominato un direttore dei lavori o sorvegliato personalmente l esecuzione dell opera impartendo precise e continue disposizioni all appaltatore sui materiali da adoperare, sul modo di procedere e sulle tecniche operative per i singoli elementi edilizi, sì da rendere l appaltatore un nudus minister.

Sui difetti estetici 1

la Sentenza 26 maggio 2008, n. 13576 in cui si stabilisce che non sono considerati gravi difetti quelli relativi all aspetto decorativo ed estetico, in quanto il manufatto, anche in presenza di tali vizi, rimane integro quanto alla funzionalità e all’uso cui è destinato.

Sui difetti estetici 2

Massima di Cassazione 26965/2011. Vede affermato che i soli difetti estetici non consentono di chiedere la risoluzione del contratto. Infatti, il rifacimento integrale dell’opera necessariamente presuppone un inadempimento tanto grave da determinare la risoluzione del contratto.

Sui difetti estetici 3

Domanda di risoluzione del contratto – Inidoneità dell’opera alla sua destinazione- Incidenza dei difetti sul profilo estetico dell’opera
In tema di appalto, la disciplina dettata dell’art. 1668 cod. civ., in deroga a quella stabilita in via generale in materia di inadempimento del contratto, consente al committente di chiedere la risoluzione del contratto soltanto nel caso in cui i difetti dell’opera, incidendo in modo notevole sulla struttura e sulla funzionalità della stessa, siano tali da renderla del tutto inadatta alla sua destinazione ovvero all’uso cui sia preordinata, non assumendo, al riguardo, rilevanza il profilo estetico dell’opera.

Sui termini di denuncia dei vizi 1

E’ pacifico poi che il termine non decorre dal primo apparire del difetto, né da quando il committente percepisce una qualsiasi anormalità dell’ opera, ma solo da quando, anche in relazione al consolidarsi nel tempo della situazione, il committente acquisisce certezza delle anomalie, è in grado di individuarne le cause e di ricollegarle all’ operato dell’ appaltatore, posto che il committente non può essere onerato da obblighi di denunce e di azioni puramente esplorative.
Si legge: «Il termine di sessanta giorni (di cui all’art. 1667 c.c.) per la denuncia dei vizi decorre non dall’istante in cui il committente percepisce una qualche irregolarità ovvero anomalia dell’opera commissionata, bensì dal successivo momento in cui si determina e consolida in capo allo stesso una situazione tale da far ragionevolmente ritenere che il difetto ed il vizio riscontrato costituiscono con certezza anomalie da ricondurre alla esclusiva responsabilità dell’appaltatore.”

Sulla denuncia dei vizi 2

La Sentenza 20 giugno 2008, n. 16945 stabilisce Il termine utile per la denuncia dei vizi e dei gravi difetti dell opera ai sensi degli articoli 1667 e 1669 del codice civile deve farsi risalire al momento in cui il committente acquisisce la certezza obiettiva della loro sussistenza e del nesso causale che li ricollega all attività di esecuzione dell opera, e non dal momento in cui il danneggiato conosce il nome del responsabile. Dopo la scoperta dei gravi vizi, infatti, è concesso il ragguardevole lasso di tempo di un anno entro il quale il danneggiato può conoscere chi sia stato il
costruttore.

Sul collaudo dell’opera

Nella prospettiva della mancata ultimazione dell’opus (perché allontanati dal cantiere) richiamiamo il principio espresso dalla Corte di Cassazione nei seguenti termini:
“Pur dovendo il collaudo riferirsi ad un’opera ormai completa, salva l’ipotesi di cui all’art. 1666 c.c., quando debba decidersi sulla pretesa dell’appaltatore di essere soddisfatto del prezzo di lavori effettivamente compiuti, nonostante il mancato completamento dell’opera, e la controversia involga l’entità e regolarità di tali lavori, può risultare rilevante una verifica fatta eseguire dal committente e preclusiva di successive eccezioni.” (Cass. Civ., 10.03.1966, n. 681)

Sulla consegna dell’opera

“Nel rapporto di appalto la presa in consegna dell’opera non equivale necessariamente ad accettazione della medesima senza riserve, con conseguente rinunzia all’azione per i difetti conosciuti o conoscibili, dal momento che, costituendo la ricezione dell’opera senza riserve un caso di accettazione tacita o per “facta concludentia”, occorre stabilire se nel comportamento delle parti non siano ravvisabili elementi contrastanti con la presunta volontà di accettare l’opera. In particolare non basta a far ritenere che il committente abbia implicitamente rinunziato a garantirsi per i vizi palesi dell’opera, il fatto di averla presa in consegna effettuando la contabilità finale dei lavori (non seguita da integrale pagamento) qualora vi siano state contestazioni precedenti e successive, giacchè in presenza di siffatte contestazioni la effettuazione della contabilità non equivale a consegna senza riserve e non si concreta in una manifestazione di volontà di rinunzia alla garanzia per i difetti dell’opera”. (Cass. civ. Sez. II, 22.11.1996, n. 10314, in Contratti, 1997, 2, 166)

Sulla detenzione dell’opera eseguita

Ci si riferisce al caso in cui il pavimentista, ancor prima che siano denunciati vizi pretestuosi , si fà parte attiva nel richiedere egli stesso  l’ATP (Accertamento Tecnico Preventivo), in modo da prevenire contestazioni postume del committente in cerca di pretesti.
L’appaltatore (il pavimentista) può vantare la “detenzione qualificata delle opere e/o cantiere per il tempo occorrente a far accertare la consistenza, entità e lo stato di avanzamento delle opere secondo consolidato principio di diritto” espresso in Cass. 7700/1996 e Cass. 5548/1978.
Il principio di diritto è altresì riaffermato in Cass. 8522/2003, Cass. 1383/1985 e Cass. 3674/1980. Il principio suddetto riconosce che, in ogni caso di “contestazione circa l’avvenuta cessazione del rapporto” (cfr. Cass. 7700/1996) l’appaltatore, conservando la detenzione qualificata delle opere e/o del cantiere, possa utilmente proporre “domanda di istruzione preventiva “ per assicurare la prova del fatto costitutivo del proprio credito.
Attraverso la “domanda di istruzione preventiva” così proposta, l’appaltatore è posto in condizione di far verificare, in contraddittorio con il committente, non solo il grado di avanzamento, ma anche l’assenza di vizi sulle opere fino ad allora eseguite, non diversamente da quanto prevedono in tema di verifica le norme degli artt. 1665 comma 3 per le opere che siano state ultimate, e 1666 comma 2 cod. civ. per le opere da eseguire per partite.

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